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S.A. 1 marzo 2016
L'ira di Maninchedda: «Sanità sarda massonica»
«Non è dimostrabile che la sanità sarda ha due grandi ambienti condizionanti: uno politico a colori arcobaleno ma con una dominanza di rosa, l'altro massonico. Non è dimostrabile, ma è vero», lo sfogo dell'assessore regionale ai Lavori Pubblici Paolo Maninchedda


CAGLIARI - «Sono molto adirato, per cui prendetemi con un pizzico di beneficio di inventario» scrive sul suo blog l'assessore ai Lavori pubblici e presidente del Partito dei sardi Paolo Maninchedda. «Non è dimostrabile che la sanità sarda ha due grandi ambienti condizionanti: uno politico a colori arcobaleno ma con una dominanza di rosa, l'altro massonico. Non è dimostrabile, ma è vero», le parole di Maninchedda, spiegando poi nel dettaglio i motivi della sua "collera".

«Il presidente della Regione sa che io penso che tendenzialmente chi è benestante non si fa curare in Sardegna e che ha molte buone ragioni per farlo. Lo sanno anche i colleghi di giunta», il primo affondo dell'assessore, che racconta poi una sua esperienza personale: «Quando avemmo in famiglia un problema sanitario, un grande primario di un reparto sardo (che sta ottenendo grandi risultati nonostante gli rendano la vita impossibile ogni giorno che Dio manda in terra) mi consigliò di andare in Italia - spiega Maninchedda- non perchè lui non fosse in grado di intervenire, ma perchè per una biopsia ben fatta e affidabile, da cui dipende la scelta dei chemioterapici, il suo ospedale sardo era costretto a mandare nella penisola i campioni di tessuto prelevato, giacchè il laboratorio interno faceva troppi errori nella lettura dei vetrini. Tempi dell'operazione previsti 15 giorni. Io non avevo tempo».

L'assessore torna poi sulla questione della rete regionale della terapia del dolore, ancora assente in Sardegna: «Il 13 ottobre 2015 il consigliere del Partito dei Sardi Augusto Cherchi ha scritto una lettera aperta al presidente e all'assessore alla Sanità, un accorato appello a che la Sardegna istituisse la rete regionale della terapia del dolore- spiega-. Una garbata segnalazione del fatto non glorioso della restituzione delle risorse nazionali italiane stanziate per la rete del dolore e non utilizzate dalla Regione. Per mille motivi la lettera non ottenne risposta» (pochi giorni fa lo stesso Cherchi con i consiglieri del gruppo Democrazia, Sovranità e Lavoro hanno presentato un''interpellanza sull'argomento, ndr).

«Nel frattempo, i medici capaci che combattono il dolore, e che sono un'eccellenza riconosciuta, continuano a lavorare in silenzio, concentrati sui pazienti e non su astute strategie di corridoio, non su abili posizionamenti politici, non su accurate vestizioni di triangoli, grembiuli e compassi, non sul 'leccaculismo' italico a incentivazione economica flottante - continua Maninchedda-. Lavorano per i pazienti, lavorano a conservare tecniche non diffusissime, non praticabili e praticate da tutti, estremamente utili e che non possono insegnare perchè confinati in spazi angusti, perchè non riconosciuti, perchè ignorati». La conclusione è un appello al collega di giunta Luigi Arru, assessore alla Sanità: «Quando ci si ammala si diventa consapevoli di questa situazione, ma è troppo tardi: proviamo a combattere da sani, Luigi!».

Nella foto: Paolo Maninchedda
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