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Red 23 gennaio 2021
Università: detenuti sardi più virtuosi
Nell´Isola, il 5,4percento dei detenuti frequenta corsi universitari, contro l´1,4percento registrato a livello nazionale. La frequenza alle attività di formazione riduce sensibilmente la recidiva. I dati sono emersi durante la tavola rotonda on-line organizzata giovedì dalla Facoltà di Studi umanistici per celebrare i 400 anni dell´università degli studi di Cagliari


CAGLIARI - In Sardegna, il 5,4percento dei detenuti frequenta corsi universitari, contro l’1,4percento registrato a livello nazionale. Il dato è emerso giovedì sera, durante la tavola rotonda on-line su università e recupero sociale organizzata dalla Facoltà di Studi umanistici per celebrare i 400 anni dell’Ateneo cagliaritano. A seguirla sui canali social dell’Università del capoluogo regionale più di 200 persone. A rivelare i numeri è stato il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Maurizio Veneziano, che ha definito il fenomeno «fortemente significativo di un'azione ben condotta in questa regione con il supporto dell'amministrazione penitenziaria nazionale, che ha saputo creare una rete interistituzionale in grado di far salire questo dato a livelli così importanti. In Sardegna siamo capofila di una progettualità che sarà certamente seguita e avallata nel resto d’Italia».

Dallo scorso anno, l’Università di Cagliari ha attivato un Polo universitario penitenziario che garantisce la frequenza a corsi e seminari ai detenuti negli istituti di Uta e Massama che ne facciano richiesta. Un’attività che genera anche un indiretto risparmio di risorse: «Normalmente – ha aggiunto Veneziano - un detenuto costa allo Stato in media 300euro al giorno. Tutto quello che spendiamo in cultura, istruzione, lavoro (elementi premianti del trattamento penitenziario che riducono la recidiva una volta terminata la pena) va a formare un grande valore economico». Il riferimento è all’attività svolta dai Poli universitari penitenziari, istituiti dal 2018 in tutta Italia e operativi anche in Sardegna: «Abbiamo iniziato in una ventina di atenei – ha detto il presidente della Conferenza nazionale dei Pup della Conferenza dei rettori italiani Franco Prina - Oggi siamo trentasette e copriamo regioni nuove, come Puglia e Sicilia, in cui stiamo attivando nuove convenzioni con i Provveditorati. In totale, l'anno scorso erano 920 i detenuti iscritti in università italiane che offrono questo servizio». L’impegno dell’Università di Cagliari nelle carceri di Uta e Massama è stato testimoniato dal rettore Maria Del Zompo: «L'unico ascensore sociale che funziona, l'unica realtà che può far cambiare di stato una persona è la cultura, la conoscenza. Questo accade nella scuola e negli studi universitari: è con orgoglio che il nostro ateneo, grazie alla professoressa Cristina Cabras e alle altre istituzioni coinvolte, porta avanti un percorso difficile di recupero di persone che hanno sbagliato e che hanno voglia di riscattarsi».

Nei mesi scorsi, l’UniCa ha garantito lezioni e seminari ai detenuti che ne hanno fatto richiesta, grazie all’impegno di decine tra ricercatori e unità di personale tecnico-amministrativo. «Negli anni scorsi, gli studi scientifici dello staff della professoressa Cristina Cabras – ha aggiunto il direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia Gianfranco De Gesu - hanno dimostrato che quando i detenuti delle colonie penali sarde avevano la possibilità di acquisire competenze attraverso lo studio, il tasso di recidiva crollava. L'incontro con il mondo universitario era quindi assolutamente necessario. Il Covid ha poi fatto sì che anche l'amministrazione penitenziaria adottasse collegamenti multimediali che hanno consentito anche in questo periodo la partecipazione dei detenuti ai corsi universitari». All’incontro è intervenuto anche don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità La Collina e per tanti anni cappellano nel carcere minorile di Quartucciu: «Dico sempre che devianti non si nasce, ma si diventa, soprattutto quando non si ha avuto la possibilità di crescere culturalmente. Per questo l'impegno dell'Università nelle carceri è fondamentale: la maggior parte dei ragazzi però non ha accesso a questa possibilità, molti perchè vivono ancora nell'analfabetismo: in questi venticinque anni ho ricevuto anche lettere di cui non si capisce il significato. E’ importante che l'università ci aiuti a far crescere i nostri ragazzi nella cultura e nella stima di sé, perchè tutti devono avere questa possibilità, anche quelli che sono finiti in carcere».

Nella foto: don Ettore Cannavera
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