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Cor 2 aprile 2024
«A Calabona una artificializzazione del sito»
«Nessuna rinaturalizzazione». E' il severo giudizio di Emmanuele Farris, Presidente della sezione sarda della Società Botanica Italiana in merito ai lavori eseguiti sulla costa di Alghero. «Alterate profondamente le caratteristiche del substrato geopedologico e la soprastante copertura vegetale, che non era costituita da erbacce ma da specie di piante autoctone, alcune delle quali endemiche»


ALGHERO - «I lavori eseguiti hanno cambiato lo stato dei luoghi, alterando profondamente tanto le caratteristiche del substrato geopedologico quanto la soprastante copertura vegetale, che non era costituita da erbacce, come impropriamente alcuni hanno affermato, ma da specie di piante autoctone, alcune delle quali endemiche, d'interesse conservazionistico come il Limonium nymphaeum, che caratterizza l'habitat comunitario 1240 tutelato dalla Direttiva EU numero 43 del 1992. Pertanto, dal punto di vista botanico, la modifica del substrato, l'eliminazione della componente vegetale autoctona e la sua sostituzione con piante ornamentali estranee all'ecosistema, non configurano una rinaturalizzazione ma una artificializzazione del sito, e nulla hanno a che vedere con l'ingegneria naturalistica». E' il severo giudizio di Emmanuele Farris (nella foto), Presidente della sezione sarda della Società Botanica Italiana in merito ai lavori eseguiti sulla costa di Calabona ad Alghero [LEGGI].

Il professore interviene per sgombrare il campo da quella che definisce «confusione di termini»: Al di là delle valutazioni di merito sulla legittimità e opportunità di questi lavori, c'è molta confusione sulla terminologia usata per descriverli e definirli, confusione che inevitabilmente altera la percezione che di questi lavori ha chi legge e partecipa ai dibattiti.« Il principio, tanto scontato e semplice quanto disatteso in queste situazioni, è che le valutazioni sullo stato dell'ambiente, sulla qualità e impatto di certi interventi, che richiedono approcci quantitativi specialistici, non può farle chiunque e tantomeno chi commissiona o esegue i lavori (altrimenti sarebbe controllore di sé stesso), ma dovrebbero farle enti o professionisti titolati e indipendenti. Quindi - sottolinea Farris - il mio primo messaggio all'opinione pubblica, è che bisogna capire che la sostenibilità, la rinaturalizzazione, lo stato di degrado e tante altre valutazioni di cui si è letto e sentito parlare nelle scorse settimane, non sono di tipo soggettivo e quindi chiunque le può esprimere, ma sono di tipo quantitativo (quindi misurabili) e andrebbero lasciate valutare e definire dagli specialisti».

Quello che maggiormente colpisce - continua il botanico - è come possano gli enti pubblici preposti rilasciare autorizzazioni di questo tipo (che il privato chiede legittimamente nell'esercizio della sua funzione imprenditoriale) senza tutelare il bene pubblico con tutti gli accertamenti preliminari e preventivi necessari. E inoltre stupisce come si possa procedere ad interventi così impattanti sugli ecosistemi (in questo caso quello costiero) in territori sprovvisti di strumenti di piano. La mancanza del PUC e del PUL (tra gli altri) impedisce infatti di calare un intervento di questo tipo nel contesto territoriale, valutarne gli impatti non solo sul sito specifico d'intervento ma anche sull'area vasta, e ipotizzare misure di mitigazione e di compensazione. In assenza di strumenti di piano, interventi che comportino la modifica strutturale e funzionale degli ecosistemi (soprattutto, ma non solo, quelli costieri) andrebbero sempre evitati, proprio per l'impossibilità da parte degli enti pubblici di tutelare l'interesse collettivo nel contesto territoriale.

«E infine stupisce come concessioni su aree pubbliche vengano rilasciate senza includere clausole di condizionalità: in altri contesti italiani ed europei è la norma che il concessionario, per utilizzare a fini imprenditoriali un'area pubblica, ne "adotti" un'altra simile che deve aver cura di vigilare, pulire e tutelare a beneficio della comunità, proprio come forma compensativa. È quindi necessario un profondo cambio culturale per la gestione delle risorse ambientali, cambio che deve riguardare tutte/i noi, certamente chi fa impresa, ma in primo luogo le istituzioni deputate alla tutela e gestione dei beni pubblici. L'auspicio è che questo dibattito aiuti a capire che l'ambiente è la nostra risorsa principale, soprattutto in un contesto come quello di Alghero, e dobbiamo superare il dualismo ecologia-economia, perché oggi abbiamo tutti gli strumenti tecnico-scientifici per garantire lo sviluppo economico nel rispetto dell'ambiente. Quello che manca è la volontà e la determinazione, da parte di cittadini e amministratori, e la consapevolezza che per le valutazioni ex-ante ed ex-post, bisogna coinvolgere gli specialisti. Su questo punto il margine di crescita collettiva è enorme, e certamente questo dibattito non può che essere utile» chiude Emmanuele Farris.
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