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Pasqualina Pintus 10 aprile 2013
Moni Ovadia con Luigi Manconi| Foto
A Sassari episodi di estrema violenza che riguardano tutti: L’incontro – dibattito “Dialogo sulla libertà e sulla privazione”. Le foto dell'evento al Teatro Verdi

SASSARI – E’ nella lettura di una triste pagina di cronaca cittadina efferata, che si apre l’incontro – dibattito “Dialogo sulla libertà e sulla privazione”. L’evento organizzato dalla libreria internazionale Koinè, presso il Foyer del Teatro Verdi di Sassari, ha visto Luigi Manconi presidente dell’associazione “A buon diritto” e Moni Ovadia, scrittore e regista da sempre impegnato politicamente e sul fronte dei diritti civili, ripercorrere episodi di estrema violenza che riguardano tutti. Il 3 aprile di tredici anni fa più di cinquanta detenuti del carcere di San Sebastiano di Sassari vennero brutalmente percossi a seguito di una loro protesta per le condizioni disumane in cui erano costretti a vivere. Dopo la lettura del brano scritto da uno studente del liceo Azuni, per non dimenticare, Moni Ovadia si rivolge al pubblico che ascolta in un silenzio assordante e chiede “Come è potuto accadere?”.

«Nella memoria collettiva della città non è rimasta traccia di questo grave fatto, trattasi di cronaca carceraria» afferma amaramente Luigi Manconi. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha stabilito che ogni recluso debba avere a disposizione uno spazio non inferiore a tre metri quadrati e nelle carceri italiane, già condannate dalla Corte Europea, questa soglia viene violata – chiarisce Manconi che aggiunge – e questo fenomeno viene definito con un eufemismo “sovraffollamento”, come se parlassimo di spiagge affollate a ferragosto!”. Ovadia prosegue il discorso sottolineando che «Nessun organo dello Stato ha il diritto di violare la dignità umana». Quando una persona viene privata della libertà da un organo dello Stato, qualunque sia il suo curriculum criminale, quella persona diventa per lo stato il bene più prezioso – ricorda Manconi. La potenza distruttrice del carcere annienta qualunque persona. Ma il carcere non è l’unico istituto dove viene privata la libertà dell’individuo e dove spesso si annienta l’amor proprio e l’integrità fisica e psichica di un essere umano.

In Italia esistono i centri di detenzione e espulsione per stranieri, chiamati Cie, luoghi dove vengono trattenuti stranieri colpevoli di aver esercitato il diritto alla mobilità e costringono questi esseri umani in condizioni assai peggiori di quelle dei carcerati. Anche gli ospedali che dovrebbero essere luoghi di cura, a volte si trasformano in luoghi dove non esiste più la pietà. Si parla di due casi a proposito: Giuseppe Casu, venditore ambulante di Quartu Sant’Elena, morto nell’ospedale del Santissima Trinità di Cagliari, dopo aver passato sei giorni di contenzione meccanica (una pratica ancora in uso negli ospedali, che consiste nel tenere il paziente legato al letto) nel reparto di psichiatria. Il caso del maestro Franco Mastro Giovanni, ricoverato in seguito ad un Tso nell’ospedale di Vallo della Lucania e morto dopo 82 ore di contenzione meccanica, in cui non ha ricevuto alcuna cura.
“Com’è potuto accadere? - e la domanda che rivolge ancora Moni Ovadia alla gente in sala e continua – Dov’è la pietà umana? Lasciare un uomo senza cibo, senza acqua, è una cosa che si stenta a credere.

Sarebbe stato terrificante se fosse stato fatto ad un animale, pensiamo ad un uomo”. Decine di medici indagati per due vicende molto simili, accadute in Italia in tempi di pace, persone che hanno scelto un mestiere che ha come missione quello della cura dei pazienti, e che si trasformano in carnefici. Racconti toccanti e drammatici di vite stroncate, che non possono lasciare indifferenti su queste barbarie. Protagoniste involontarie sono spesso le donne, familiari delle vittime che trovano la forza, in mezzo a tanta disperazione per trasformare un dolore privato in un fatto pubblico e chiedere giustizia. Aldovrandi, Cucchi, Uva, sono solo alcuni nomi delle più recenti cronache di diritti violati, portati all’attenzione pubblica, grazie alla forza di mamme, sorelle, mogli, che non si arrendono e chiedono ancora la verità.
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