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Enrico Muttoni
18 agosto 2018
L'opinione di Enrico Muttoni
Opere pubbliche e responsabilità
Il ponte sul Polcevera aveva cinquantun'anni. Lo stesso lasso di tempo che intercorre tra il Fokker triplano del Barone Rosso ed il primo Jumbo jet. Voglio dire che l'ingegner Morandi, progettandolo, usava la miglior dottrina dell'epoca, non immaginando cosa sarebbe poi diventato il traffico autostradale. Infatti, il ponte non aveva corsie di emergenza, essendo nel 1967 le due in progetto più che sufficienti. Nei cinquant'anni della sua esistenza, il ponte ha visto i pedaggi (i guadagni) ed il traffico aumentare a dismisura; ma nessuno dei gestori ha mai tentato di ridurne, parzialmente o temporaneamente, i carichi di lavoro e di programmare un'accurata manutenzione. Sappiamo pure che su quel ponte non c'erano telecamere di sorveglianza, ne telemetria per controllare carichi e assetto del manufatto. Apparecchiature da poche centinaia di euro. Gli ingegneri anziani di Alghero, laureati a Cagliari, ricorderanno tutti il professor Giovanni Rossi, tecnico eccezionale, docente valoroso, e ingegnere minerario. Il quale ricevette a suo tempo l'incarico di progettare una diga di contenimento dei fanghi di risulta di una laveria di miniera. Ebbe l'accortezza, la saggezza, e la conoscenza dei committenti tali da fargli annotare sul progetto che qualunque modifica apportata allo stesso e al sito ne avrebbe inficiato la validità. La diga era quella di Prestavel, in Val di Stava (Alto Adige). Che crollò il 18 luglio 1985, seppellendo 268 valligiani. Guarda caso, a monte di quella diga, ne era stata costruita un'altra, per lo stesso scopo, che non resistette al carico e crollò su quella sottostante. Grazie a quella nota, l'ingegner Rossi potè agevolmente difendersi in sede giudiziaria.
L'ingegner Rossi non c'è più, come l'ingegner Morandi, che verosimilmente era un suo coetaneo. Ma c'è da pensare che il progetto del ponte fosse valido come quello della diga. Non so se Morandi abbia avuto però l'accortezza di proteggere il suo elaborato. Tutte le catastrofi italiane degli ultimi anni, accadute alle opere pubbliche sono da addebitare alla avidità delle varie Amministrazioni, agli appalti al ribasso, o alla spregiudicatezza delle imprese costruttrici. Dal Vajont alla diga di Stava, al treno di Viareggio, alla torre di controllo del porto di Genova e tutta una serie infinita di disastri il cui ricordo e gravità viene misurata col numero delle vittime. Senza morti, però, anche la più grande sciocchezza progettuale o la peggiore gestione vengono prontamente dimenticate. E per le quali, nonostante i procedimenti giudiziari, i responsabili hanno conseguenze irrisorie. Con l'eccezione del naufragio della Costa Concordia. E' un problema di priorità. La massima delle quali è, nell'Italia contemporanea, la presentazione dei bilanci aziendali, che devono essere a prova di ogni critica, e devono accontentare la Direzione generale, la Proprietà e i vari organi di controllo. In base a queste considerazione, i vari manager assurti alla notorietà in questi ultimi tempi, hanno potuto lucrare buonuscite milionarie, pur portando le loro aziende alla rovina finanziaria, Da Parmalat alle banche, da Alitalia a Fs, il panorama si è presentato troppe volte.
L'alta finanza è, insieme alla politica degli ultimi cinquant'anni, la prima responsabile di questi disastri. E tutto questo accade perchè le Direzioni generali sono situate a decine, centinaia, anche migliaia di chilometri dalle realtà industriali che governano. Negli uffici agli ultimi piani dei grattacieli, si respira l'aria condizionata, non l'odore delle fabbriche. Non voglio scivolare nella retorica. Ma quando le problematiche tecniche non vengono recepite dai vertici aziendali, le catastrofi sono dietro l'angolo. Le aziende di servizi, poi, non dovendo confrontarsi con problemi di qualità del prodotto, in assenza di autentiche concorrenti, sono le più voraci: autostrade, telefoni, acque possono sfruttare le loro infrastrutture al limite, senza timore di perdere la clientela, anzi. Il risultato di questa situazione è l'impossibilità di attribuire, in caso di guai, qualsiasi responsabilità. Qualche giornale afferma che Autostrade avrebbe diritto a 20miliardi di indennizzo in caso di revoca della concessione, come da clausola contrattuale. Non credo che il management di Autostrade possa avere un rimorso di coscienza, ed anche il tracollo in Borsa non servirà a farli riflettere. Resta la mia convinzione che lasciare la direzione di Autostrade nelle mani degli stessi dirigenti equivarrebbe a ridare a Schettino il comando di un altro transatlantico. Personalmente, non mi interessa la valanga di carte che verranno prodotte ai processi, ne le sentenze. Il ponte è crollato perchè era vecchio, enormemente sovraccarico, e non sorvegliato, non per cattiva progettazione, cosa che qualcuno cercherà di dimostrare. Infine, la politica. La classe politica italiana è in grado di finanziare, far progettare e costruire qualsiasi opera pubblica: quasi mai di mantenerla in pristino. Se un manufatto mostra segni di deterioramento, si tende a procrastinare gli interventi. La manutenzione costa cara, e da pochi margini di guadagno alle imprese che la fanno: meglio comprare un autobus nuovo, che avere l'officina che ripara quello in servizio. Meglio finanziare da capo una casa per anziani, che andare a riparare quella esistente: c'è più soddisfazione e più ritorno di immagine. E' questa, tutto sommato, la vera catastrofe.
Commenti
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