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Romano Pesavento 9:14
L'opinione di Romano Pesavento
Quando l’autovalutazione diventa esclusione sociale


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario intervenire con una riflessione ampia e non episodica in merito all’uso distorto dei Rapporti di Autovalutazione (RAV) emerso da recenti notizie di stampa. Quanto riportato non può essere archiviato come una somma di casi isolati o come il frutto di formulazioni infelici: siamo di fronte a un sintomo strutturale di una trasformazione profonda e inquietante del senso stesso dell’istituzione scolastica. Negli ultimi anni la scuola è stata progressivamente spinta dentro una logica concorrenziale. Open day, ranking impliciti, narrazioni selettive dell’utenza e dell’offerta formativa hanno favorito un linguaggio mutuato dal marketing, in cui l’identità educativa viene piegata alle esigenze di “posizionamento” sul territorio. In questo quadro, il RAV, strumento nato per l’autovalutazione critica e per il miglioramento inclusivo del sistema, viene talvolta svuotato della sua funzione pedagogica e trasformato in una vetrina autoreferenziale.

L’analisi dei testi incriminati mostra un elemento comune: la normalizzazione del classismo come criterio di qualità. La sottolineatura della provenienza medio-alta degli studenti, l’assenza di disabilità, di povertà educativa, di pluralismo culturale o etnico vengono presentate come fattori rassicuranti, se non addirittura come indicatori di eccellenza. In questa narrazione, la diversità non è una risorsa educativa ma una variabile di rischio; l’inclusione non è un valore fondativo ma un possibile intralcio all’“efficienza” didattica. Questa impostazione tradisce una visione riduttiva dell’educazione e un’idea elitaria di scuola, in aperto contrasto con l’articolo 3 della Costituzione e con i principi ispiratori del sistema nazionale di istruzione. La scuola pubblica non nasce per certificare privilegi sociali, ma per rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza sostanziale dei cittadini. Quando invece si compiace di descrivere un’utenza socialmente omogenea, finisce per legittimare l’idea che l’esclusione sia naturale, utile o persino auspicabile.

Sul piano pedagogico, il danno è ancora più profondo. Una scuola che si racconta come “protetta” dalla complessità sociale rinuncia implicitamente alla sua funzione formativa più alta: educare alla convivenza democratica, al confronto con l’altro, alla gestione non violenta delle differenze. Gli studenti cresciuti in ambienti artificialmente omogenei rischiano di sviluppare una cittadinanza fragile, incapace di comprendere le disuguaglianze e di assumersi responsabilità sociali. Come docenti dei Diritti Umani, non possiamo non rilevare anche la dimensione simbolica di queste scelte comunicative. Il linguaggio istituzionale non è mai neutro: esso costruisce immaginari, stabilisce gerarchie, definisce chi è “desiderabile” e chi no. Scrivere che la presenza di studenti provenienti da contesti svantaggiati “comporta difficoltà di convivenza” significa trasmettere un messaggio potentemente discriminatorio, che rischia di legittimare pregiudizi già radicati nel tessuto sociale.

Per queste ragioni, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge un appello diretto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché si apra con urgenza una riflessione istituzionale su finalità, limiti e responsabilità connesse alla redazione e alla pubblicazione dei RAV. Chiediamo che il Ministero dell'Istruzione e del Merito promuova linee guida chiare e vincolanti che impediscano l’uso discriminatorio dei dati e che riaffermino con forza il principio dell’inclusione come indicatore autentico di qualità educativa. Riteniamo altresì indispensabile investire nella formazione etica e pedagogica dei dirigenti scolastici e dei gruppi di autovalutazione, affinché la comunicazione istituzionale sia coerente con i valori costituzionali e con gli obiettivi dell’educazione ai diritti umani. Autovalutarsi non significa autocompiacersi, ma interrogarsi criticamente sulle proprie pratiche e sul proprio impatto sociale. La scuola italiana è chiamata oggi a una scelta di campo: può continuare a inseguire logiche di selezione e rassicurazione sociale, oppure può riaffermare con coraggio la propria funzione pubblica, democratica ed emancipatrice. Noi crediamo che solo la seconda strada sia compatibile con una società giusta e con una scuola degna di questo nome.

*Presidente Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
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