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Luciano Deriu 1 luglio 2003
L'impossibile rivoluzione algherese del lontano 1973
Il 28 aprile si celebra "Sa Die De Sa Sardigna"; analizziamo il ruolo di Alghero e degli algheresi in quei giorni memorabili di ribellione alla monarchia e all'antico sistema feudale


Sa die de Sa Sardigna, celebrazione di eventi memorabili per la storia dei sardi, è vissuta in queste giornate con feste e manifestazioni. Le vicende sono note. È invece meno noto il ruolo che gli algheresi e la città di Alghero ebbero in quei lontani eventi. Che i fatti dei quel fine '700 abbiano segnato un autentico moto di ribellione all'assolutismo monarchico è opinione controversa e aperta a molti dubbi, riferiti soprattutto all'ambiguità della classe dirigente di quei moti. Ma non si può negare che in quegli anni l'isola registrò un raro scatto di vitalità insurrezionale e un inedito sentimento di libertà, quando le comunità e i ceti popolari alzarono la testa tentando di scrollarsi di dosso un sistema feudale fuori dalla storia e una rete di poteri dispotici ed oppressivi. Alghero, dove era presente un forte circolo intellettuale progressista che faceva capo a Massala, ai Simon, ai Peretti, è prima tra le città a sollevarsi nel maggio del 1793 per il pane e per i generi di prima necessità, mentre nelle campagne feudali dilagavano le insurrezioni contadine contro i baroni. A Cagliari nella prova di forza della guerra contro i Francesi maturava il clima rivendicativo di cui saranno protagonisti gli algheresi fratelli Simon. Autore del nuovo corso era infatti l'abate giurista Gianfrancesco Simon. Suo il progetto politico riformatore, elaborato fin dal 1775, che diede il via al percorso politico. Si trattava di un programma di moderato autonomismo, poi assunto dal Parlamento sardo, condensato nelle celebri "Cinque domande" e portate al re nel 1793. Nella delegazione che si recò a Torino spiccava l'avvocato Domenico Simon. Il re non volle neppure ricevere la delegazione e il fallimento dell'operazione spinse Domenico Simon a chiudersi in un amaro isolamento e a non tornare più in Sardegna.
La reazione al mancato accoglimento delle cinque rivendicazioni dei sardi, diede vita a Cagliari nell'aprile 1994 alle giornate della cosiddetta "sarda rivoluzione" in cui ebbe un ruolo di primo piano un altro dei fratelli Simon, Matteo, leader con l'Angioy del partito dei "novatori. Matteo Simon era magistrato di quella Reale Udienza, che divenne di fatto governo dell'isola nei giorni in cui dilagava la rivolta e i governanti piemontesi venivano cacciati da Cagliari e da altri centri.
La repressione che seguì i moti angioyani investì in pieno Alghero in forte odore di giacobinismo. Una commissione avviò ad Alghero una speciale indagine inquisitoria. Più di quaranta algheresi, ritenuti componenti del partito "giacobino" dei Simon, furono esiliati, tra essi tutti i fratelli Simon e lo stesso anziano padre.
Come l'Angioy, Matteo Simon riparò in Francia, attirato dal nuovo clima di libertà che si andava creando, dove si affermò nella magistratura, fino a diventare presidente della Corte d'Appello di Napoleone.
La "sarda rivoluzione" nell'isola era finita da un pezzo. Né l'Angioy , né Matteo Simon tornarono più in Sardegna. Sulis, ambiguo protagonista di quelle giornate, era rinchiuso nella prigione della Fortezza dello Sperone di Alghero. Non fu una rivoluzione mancata, come è stato detto; fu una rivoluzione impossibile, perché il gruppo sociale che la dirigeva era in gran parte formato dallo stesso gruppo che la storia avrebbe dovuto cancellare.
Commenti
11/9/2026
Niente da fare per un turista colto da improvviso malore mentre era in acqua. Per lui non c’è stato niente da fare



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