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Sara Alivesi 22 gennaio 2016
Nido di Alghero, tempo scaduto: ritorna la protesta
Tanti messaggi in redazione e un coro di proteste sul web dopo le promesse non mantenute sul reparto di Alghero. Lavori ancora non conclusi, sei anni dopo la sospensione per sei mesi di tutti i servizi


ALGHERO - Dopo sei anni ritorna la voglia di protestare per i diritti negati o troppo spesso rimandati. E' il caso delle donne e famiglie algheresi (e non solo) che attendono la consegna di un reparto di Ostetricia e Ginecologia riqualificato, con la riapertura del Nido ormai chiuso da tre anni [LEGGI]. Era il 2010 quando un gruppo di madri e non solo passarono mesi fuori dall'ospedale Civile per manifestare contro la sospensione dei servizi a causa dell'impossibilità quotidiana allo svolgimento delle pratiche di base per mancanza di personale e mezzi [LEGGI].

Oltre metà anno senza nascite (salvo le emergenze) ma con tante promesse durate oltre 1000 giorni, e poche mantenute. Eppure i numeri ci sarebbero, in città e nel bacino di utenza offerto dai paesi limitrofi. Il segnale sono i parti registrati nel 2012 e 2013 che hanno sfiorato le 400 unità, rendendo la soglia ministeriale dei 500 non una mera illusione ma un obiettivo a portata di mano. Poi ci sono i medici organizzati in una stimata equipe guidata da Giovanni Urru, ma mancano i mezzi: ancora una volta la politica arriva in ritardo, e se e quando ci sarà un diktat da Roma per la chiusura di una fetta di sanità "sana" e produttiva, non si potrà parlare solo di buchi finanziari, ma di errori e di poca lungimiranza.

Per ora ci si accontenta di un reparto con mille difficoltà per le inadeguatezze strutturali e si attende la riapertura del Nido e dell'ala nuova ancora non terminata. Sarebbero sufficienti poche settimane di lavori, addirittura giorni se si facesse sul serio. Anche l'Asl nell'agosto scorso aveva fatto sapere attraverso il Quotidiano di Alghero che gli interventi si sarebbero conclusi entro l'autunno [LEGGI]. Niente da fare, anzi tutto da rifare. Forse anche la protesta, sono in tante che scrivono alla redazione e fanno sentire la voce sul web: «è una vergogna».

Nella foto: Un momento del sit-in del 2010
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